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Forme di violenza alla donna nel periodo coloniale e post- coloniale in AOI

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La prima pagina dell’abbecedario in lingua somala

 


A mio padre, Luigi Gallo, che nel ‘938 costruiva in Etiopia le strade dell’Impero.

 

Premessa: L’Espansione italiana nell’Africa Orientale ebbe inizio alla fine del 1800 con il primo dispiegamento di truppe presso i territori di Massaua (1885) per poi arrivare alla proclamazione della colonia “Eritrea” nel 1890, alla proclamazione della colonia “Somalia” nel 1908 ed infine alla proclamazione dell’Impero italiano, nel 1936, dove Somalia, Eritrea ed Etiopia costituivano l’Africa Orientale Italiana (AOI).Formalmente si fa concludere il colonialismo italiano in AOI con l’occupazione britannica, nel 1941, dei territori dell’Africa Orientale Italiana, seppur poi, dal 1948 al 1960, l’Italia fu incaricata dall’ONU dell’amministrazione fiduciaria della Somalia (AFIS) (BEN GHIAT & FULLER, 2005).

Dopo 50 anni di colonialismo “...L’eredità italiana in Somalia era costituita soprattutto da: una scuola primaria, una scuola secondaria, fino al liceo scientifico, una scuola per ragionieri e geometri, aperte indiscriminatamente a tutti, somali ed italiani, fino al giorno dell’indipendenza”(VILLANI,1972): con docenti e programmi del tutto comparabili a quelli del nostro Paese. Naturalmente si usava la lingua italiana per scolaresche, che si esprimevano abitualmente in somalo. Il primo abbecedario con l’alfabeto somalo venne “tirato al ciclostile” nell’agosto‘972 nella stamperia dell’Università Nazionale Somala) (foto n.1: la 1° pagina). Il 21/10 in occasione del “terzo anniversario della rivoluzione della Somalia” un elicottero buttava giù dal cielo i fogli dell’alfabeto su una folla che si accalcava e si rincorreva per prenderli. Così moriva una lingua orale, conservata da sempre nella mente degli anziani: come l’unica biblioteca che i somali possedessero; il solo strumento conoscitivo della loro storia, che veniva raccontata dai cantastorie come “vanto della tribù” nelle cerimonie e insegnata ai bambini con la propria genealogia, fin dai primi anni, dai patriarchi.

 

E l’Italia perdeva un’ottima occasione di lasciare una sua impronta in una terra, che l’aveva ospitata a lungo; infatti, con il fior fiore dei linguisti che possedeva, nessuno aveva mai pensato, ad incentivare economicamente progetti per strutturare una lingua, che esisteva solo in forma orale, ma che costituiva una unità per tutto il paese e poi, ad insegnare a leggere e a scrivere con la propria lingua ai somali (VILLANI,1972). Questo impegno era portato avanti a livello individuale solo da qualche illuminato direttore del Centro Culturale Italiano (ANGELERI, 1973) o semplicemente da singoli “cooperanti italiani” (PANZA, 1974). Mentre l’Italia erigeva per il Paese assurdi archi di trionfo e ridicole aquile di pietra. Con l’introduzione della lingua somala le scuole italiane vennero soppresse (il 21/10/’97, in occasione del 3° Anniversario dell’Indipendenza, anche se gli studenti già iscritti, continuarono fino alla fine del corso, nel ‘974). La somalizzazione dell’istruzione prevedeva inoltre che le scuole private fossero precluse ai somali (RIGON,1982-83, pag.196). Per un anno la scuola statale somala tacque e tutti gli studenti delle superiori furono inviati in boscaglia per insegnare la nuova lingua ai nomadi. I ragazzi di Mogadiscio, che dovevano iscriversi in quell’anno in prima elementare, rimasero analfabeti, come Lul (I. n.6).

Sul bilancio dello stato, venne istituito allora, l’Istituto Statale Italiano di Mogadiscio (chiamato in loco: Scuola Consolare) (pag.59): con personale docente di ruolo in Italia, che aveva superato un esame specifico, per essere abilitato all’insegnamento all’estero (pag.60). Comprendeva: le elementari; le medie; il liceo scientifico, di soli 4 anni. Vi era annessa anche una sezione di scuola materna, però come istituzione privata del Co.As.It.; maestra di asilo: una suora missionaria della Consolata. Alla scuola italiana potevano accedere: gli italiani residenti; i meticci italo-somali, con padre italiano; e, se c’era posto, gli stranieri residenti. Erano esclusi: i somali e i meticci italo-somali, con madre italiana. Infatti, la legge di famiglia, in vigore all’epoca, attribuiva la cittadinanza italiana solo ai figli di padre italiano (pag.64). Per cui le madri italiane, per poterli introdurre a scuola, registravano i propri come figli di padre sconosciuto: questo è l’espediente cui ricorrevano (pag.64).

 

 

 

 

indigena nel lavoro quotidiano: estrazione di pulci penetranti (cartolina)

 

Materiali e metodi

Le informazioni oggetto di analisi, oltre a quelle tratte dalla bibliografia specifica, provengono esclusivamente da fonti orali, ottenute: - In Italia: attraverso colloqui diretti o interviste telefoniche a soggetti ultra sessantenni, residenti da molti anni in Italia; nati, vissuti e scolarizzati prevalentemente a Mogadiscio; richiesti di ricordare fatti ed eventi, risalenti al periodo post-coloniale nella Capitale, cui avevano assistito personalmente o di cui si parlava in famiglia, perché avvenuti in anni precedenti; con oggetto: il comportamento femminile, la violenza alla donna e/o alla sua progenie. Nello specifico, si tratta di 6 colloqui/ interviste approfondite, che raccolgono informazioni da una decina di persone, perché spesso, nel ricordare fatti lontani nel tempo il soggetto richiedeva la collaborazione anche di qualche familiare. Abbiamo così intervistato: singolarmente, 2 donne e 1 uomo, somali; insieme, una coppia di marito - somalo e moglie - italiana e 2 sorelle, meticce, italo-somale. Le informazioni coinvolgono però complessivamente una quindicina di persone, poiché gli intervistati hanno riferito anche su eventi noti, relativi ad amici. I riferimenti a queste interviste sono indicate nel testo con I seguito dal numero da 1 a 6; abbiamo utilizzato un nome di fantasia agli intervistati, per rispettarne la privacy. - In Italia, analizzando una collezione privata di documenti, inviati da/per lo zio soldato in Eritrea nel 1937 e conservati dal nipote catanese, oggi settantenne. - A Mogadiscio: da un’indagine espletata negli anni 1982/83 nella Scuola Italiana della Capitale (localmente chiamata Scuola Consolare) sui bambini della sezione annessa di scuola materna. Si sottolinea a questo proposito che mi era stato permesso di essere presente in aula durante lo svolgimento delle lezioni quotidiane (RIGON,1988/89).

 

Risultati e Commento

1) Violenza verso la donna

Le donne africane compaiono nel contesto post-coloniale come oggetti sessuali, compagne, vittime della violenza maschile. Significativa, a questo proposito, è la descrizione fatta, nel 1956, della serata nella sala da ballo “La Pineta”, a Mogadiscio in località Lido, di fronte all’oceano, fornita da Timira, meticcia italo-somala (WU MING2, ANTAR MOHAMED, TIMIRA, pag.275). “La sala è piena di avventori, che sembrano mescolarsi insieme a caso nel vortice delle danze. Ma se si guarda con maggior attenzione, si vede che: “.....le donne italiane, ballavano soltanto con gli italiani e neppure per sbaglio si avvicinavano ai somali;..le somale erano divise in 2 sottoclan: quello delle mogli, cioè mogli dei somali presenti e quello delle sciarmutte, le puttane degli italiani. L’unica coppia mista consacrata: un anziano commerciante dall’accento toscano e una giovane donna, somala, molto elegante....Le poche donne non accompagnate, erano quelle con la pelle del mio stesso colore. Figlie del Ventennio e della Colonia, cresciute in orfanatrofio o in collegio, che forse non avevano una famiglia alla quale rendere conto delle loro serate”. Particolare quest’ultimo confermato anche da Saida (I.n4)che, parlando di suo padre dice “ ... alla sera non si poteva fare tardi - in discoteca, al cinema, etc.” 15 anni dopo Timira, torna in Somalia a Brava, per conoscere la madre, che aveva lasciato bambina, per l’Italia. Chiede anche del padre, di cui non sa niente. La madre racconta come conobbe un soldato italiano, che l’ha prese come domestica (boyessa). Giuseppe la trattava bene, dormiva in casa sua, a dispetto dei suoi capi.... mangiava anche a tavola, le faceva regali vistosi, per dare fastidio. Ha dato ai 2 figli il suo cognome. Ma non voleva che stavano in Somalia e glieli ha portati via. Senza sentire il suo parere (pag.373 sg.) “...era giusto- annuisce mia madre. – Timira dice: quindi eri d’accordo - No ma era giusto, anche se io stavo male. Eravate i miei primi figli...Vi ho portato dentro di me, vi ho allattati, vi ho tenuto tante ore dietro la schiena...vi ho raccontato favole...anche se Giuseppe mi diceva di parlare italiano.” Il cugino mediatore del colloquio, interviene: “Le donne somale dell’età di tua madre..... sono abituate a lasciare i figli, per il loro bene”. “Ma un ragazzo di 12 anni ha la pelle forte, mentre un bimbo come voi, (Timira e il fratello) è ancora carne della madre. Se glielo togli è come strappare un braccio. E ancora di più se quei figli spariscono, come se sono morti e di loro non sai più niente”.- “Giuseppe non ti ha scritto niente di noi ?”. “Solo soldi, una volta all’anno, per una decina di anni. L’affitto per la mia pancia”. Nel colloquio Timira non riesce a riannodare un legame con la madre, anche perché manca loro una lingua comune, con cui esprimersi. Conclude tristemente “Mia madre non aveva saputo restituirmi l’affetto, che mi ero persa e a cui pensavo di averne diritto”.

Lo strazio materno per la perdita di un figlio, portato lontano, lo ha ricordato anche Haua (I n.3) con questo aneddoto “mio padre (siamo negli anni ‘950 circa) ci raccontava che sulla spiaggia di Mogadiscio c’era una donna pazza (cinoli) che tutti conoscevano. Se ne stava tutto il giorno a cercare di svuotare l’oceano con un secchiello, piangendo e farneticando, nella speranza di raggiungere il figlio, avuto da un italiano. Il padre l’aveva portato con se in Italia, via mare. Reciprocamente, non manca anche il caso del figlio alla ricerca con tutti mezzi del genitore biologico perchè “..ho sentito molti figli di donne somale arrampicarsi sugli specchi per giustificare i loro padri italiani”(pag.375). (Alima- I n.5): con le informazioni date dalla madre in Somalia, la figlia di 59 anni, viene in Italia, per cercare il padre italiano, ma trovàtolo, lui non la vuole riconoscere e si rifiuta di sottoporsi al test del DNA.

Lei, non disarma e lo inchioda, con il risultato del test, eseguito sulla di lui gemella. Il padre si giustifica allora dicendo di non aver voluto distruggere la propria famiglia. La figlia non aveva richieste economiche da fare; ma solo le è bastato guardarlo negli occhi! Ma, non sempre si deve imputare al colonialismo la responsabilità diretta di violenza alla donna, che le può essere inferta anche dall’intera società o dagli stessi congiunti. Così Alima (I.n.5) “...in famiglia, una mia cugina veniva sempre trattata male; ma nessuno mi spiegava perché. A 15 anni era rimasta incinta di un italiano, che aveva moglie e figli a Mogadiscio. La bambina è stata portata in Italia. La madre è contenta: pensa al suo futuro più felice! Non ha più cercato la figlia. Ma ha sofferto l’emarginazione della famiglia per tutta la vita. Non le è mai stata perdonata la colpa. Quindi liberarsi di un figlio illegittimo in Somalia rimaneva la scelta quasi obbligata. Il futuro più felice per la progenie, auspicato dalla madre, alcune volte si avvera: così Ashia (I n.1) è un’infermiera meticcia, di circa 60 anni, che ha questa storia alle spalle: la madre in gioventù ebbe una bambina da un soldato italiano. La famiglia vuole sopprimerla, come bastarda; lei si oppone e la affida alla sorella. ....La bambina (probabilmente attraverso le missionarie) arriva in Italia, in un collegio di suore: diventa cattolica e studia da infermiera e si prodiga anche come mediatrice nei centri di accoglienza. Non ha mai dimenticato la madre che continua tutt’oggi ad aiutare economicamente. La discriminazione delle donne locali nella quotidianità era, si può dire, abbastanza normale anche nel periodo post-coloniale. Mohamed (I.n.1) era adolescente quando la madre ebbe una grave emorragia. All’ospedale non c’è il medico italiano perché, finito il suo turno, sta giocando a tennis e non vuole rispondere alle sollecitazioni del ragazzo. Ma, si meraviglia del suo parlare in ottimo italiano. Omar frequenta la scuola italiana ed è compagno di classe di suo figlio. Il medico commosso, torna in ospedale e salva la madre! In quel momento Omar sceglie per il suo futuro di fare il medico ginecologo.

Come tale ha svolto tutta la sua vita professionale a Firenze. Saida (I. n.4) dichiara che degli italiani in famiglia si parlava solo bene. Così anche Lul ( I.n.6) a proposito di sua sorella ricorda: ha sposato giovanissima un professionista italiano, che l’ha trattata sempre molto bene; non le ha fatto mancare mai niente. L’ha istruita, le ha insegnato la lingua. Spesso ha contribuito anche al sostentamento della nostra famiglia. Trasferitasi in Italia, dove tutt’ora risiede con i figli. Dopo la morte del marito, evidentemente molto più anziano, la vedova diventata cittadina italiana, ha trovato lavoro e attualmente gode di una pensione come operaia. Anche Nhur (I.n.2) ricorda che degli italiani si parlava solo bene, ma la domenica non si poteva passare per Via Roma, la principale di Mogadiscio, dove si riunivano solo loro. A scuola, prima di iniziare le lezioni, si cantava l’inno nazionale italiano. Al cinema Missione c’era un divisorio, che separava i somali nei posti anteriori, dagli italiani, in quelli posteriori. Il suo apporto si conclude con questa considerazione “.....Tutte le guerre, come violenza sono praticamente uguali, quello che viene sottovalutato è il colonialismo culturale, così come lo ha chiamato Ghandi”. Haua (I.n.3) Sia nostro padre che nostra madre parlavano bene della presenza degli italiani in Somalia, c’era una buona convivenza, la chiesa cattolica era vicina alla moschea, i somali consideravano gli italiani come fratelli. Io stessa ricordo chiaramente con sgomento la sbarra di ferro che impediva ai somali, anche negli anni ‘970, l’ingresso alla Casa d’Italia di Mogadiscio. Mohamed (I.n.1) distingue gli italiani della post-colonia in due categorie: quelli che sapevano apprezzare la fedeltà ed intelligenza delle loro collaboratrici. Così, ricorda Bella, boyessa di un generale, che la stimava. Fu la prima donna ad apprendere l’italiano in città. La conoscenza della lingua le permise di aprire un negozio in Via Roma, a Mogadiscio, dove c’erano solo negozi italiani. Naturalmente Bella, emarginata dai connazionali, non si è mai sposata, però col suo lavoro riusciva a mantenere tutta la famiglia “ allargata”.

C’erano invece altri italiani che durante le piogge improvvise nelle piantagioni, facevano distendere i contadini, donne e uomini, nel fango, perché le loro, mogli e figlie, non si infangassero ed altri, che fotografavano le donne nude, per inviarle poi in Italia, come preda di Colonia. E’ certo che l’invio di tali foto in Italia doveva essere una prassi frequente nelle colonie. Anche noi, grazie alla generosità di una famiglia calabrese, abbiamo avuto la possibilità di analizzare un plico con questi documenti, datati: Eritrea, 1937. Si tratta di una decina tra cartoline e foto, di cui: 2, si riferiscono al lavoro quotidiano della donna indigena: che raccoglie legna in boscaglia e che estrae pulci penetranti dai piedi di un paziente. L’espressione delle ragazze in entrambe è seria perché compresa nel proprio impegno. (Foto.2) Altre 5, sono foto di giovani donne, poco o niente vestite, ritratte: 2- a mezzo busto (Foto 3;4); 1- seduta (Foto 5); 1- in piedi (Foto 6); 1- sdraiata su un cuscino, il braccio appoggiato su un piccolo sgabello, sembra eseguita in uno studio fotografico (Foto 7). Le giovani sono adornate tutte con monili: collane e bracciali. Interessante è l’espressione del loro viso - sorridente in 3 di esse; mesta e assorta nelle altre-; con le loro emozioni essa è significativa di un vissuto, che oggi si può solo tentare di immaginare: erano contente, sono state costrette ad essere ritratte; lo hanno fatto gratuitamente, a pagamento; la foto è stata loro richiesta, imposta, pagata, offerta gratuitamente?

 

Ragazza in piedi 

 

 

E’ difficile poter rispondere oggi, mancando anche tante informazioni contestuali. Ancora, un’ultima (Foto 8) inviata al commilitone calabrese, probabilmente già rientrato in patria, ritrae una decina di soldati italiani orgogliosi per le armi strappate al nemico. Sono cannoni automatici Oerlikon svizzeri, in dotazione alle truppe etiopiche (così sono stati identificati dal Direttore del Museo della Terza Armata di Padova). Purtroppo nessuno ci ha potuto tradurre il cartello, al centro della foto, vergato in una lingua locale (tigrino o amarico?). Esso avrebbe contribuito forse ad una maggior comprensione del tutto. Concludendo, possiamo solo osservare che un’esternazione di un’impresa bellica compiuta, vincendo il nemico, si associava all’invio di bellezze indigene, pure queste bottino di guerra. Ai tempi di colonia e post-colonia la violenza alla donna può essere impastata anche di ferocia, soprattutto in Somalia, dove non si può prescindere dalla presenza dell’infibulazione. Alima (I.n.5) infermiera all’Ospedale Benadir tra il 990/93 ricorda l’arrivo al pronto soccorso di 2 ragazze, che vivevano per strada, con forti emorragie. Erano state aperte con il coltello da soldati italiani del Restore Hope. Questi fatti non erano affatto sconosciuti all’ospedale. La violenza, presente dalla città, dilagava fino alla boscaglia, dove il costume dell’infibulazione era praticamente ubiquitario. Waris a 9 anni così racconta (WARIS DIRIE,1978): “presso di noi venne ad accamparsi un grande esercito. Avevamo sentito molte storie di soldati che violentavano ragazze, sorprese in giro da sole e io avevo un’amica, cui questo era successo. Che fossero somali o marziani, noi non li riconoscevamo come simili: non erano nomadi. Li evitavamo in tutti i modi”.

2) Violenza verso “i figli della Colonia”

Nei periodi passati a Mogadiscio, negli aa. ‘970-80, ho raccolto più di una volta le amare considerazioni di madri italiane, i cui bambini meticci venivano esclusi dai giochi con i coetanei; si sentivano in colpa, perché la loro scelta di base di aver sposato un cittadino somalo, ricadeva pesantemente sui figli, emarginati, subito riconoscibili per la morfologia dei tratti fisici (Foto 9): Oddan, Lisa, Hayàn.) Venendo alla Scuola Consolare Italiana, gli stessi insegnanti confermavano la modesta resa scolastica degli allievi meticci, allineandosi sull’opinione diffusa generalizzata; e, sempre nell’ambito scolastico, questi venivano spesso considerati come i primi indiziati per ogni piccola marachella si verificasse. Questi ed altri fatti, che ci lasciavano perplessi, suggerirono di intraprendere un’indagine socio-psicologica nell’ambito scolare, ma l’unica istituzione nella quale mi venne permesso di operare fu l’asilo annesso alla Scuola Consolare. La raccolta dei dati si è svolta non su un campione, ma sull’intera popolazione di 17 soggetti, di anni 4-5,5 (7, italiani residenti -R- e 10 meticci italo-somali -M-) (Foto 10): la scolaresca) L’ipotesi che ci eravamo proposta: confrontare la resa scolastica generale tra M e R.

Sotto l’occhio attento e collaborativo di Suor Maria Bernarda, missionaria della Consolata, applicai a tutti i bambini una batteria di test psicometrici, comprendente: una prova di intelligenza (le matrici progressive di Raven Pm 47, nella forma ad incastro), 4 prove grafiche (il disegno di un albero; il disegno di un uomo; il disegno della famiglia; il disegno della famiglia in animali), ed un test proiettivo tematico (Foto 11): esecuzione del test. Inoltre raccolsi informazioni, dalla maestra, dai familiari e dal personale della scuola, sul loro ambiente di vita, distinguendolo in: “deprivato” e “buono”. Gli elaborati, controllati e quando fu necessario, tradotti dal somalo, in Italia, furono oggetto di una tesi di laurea di Pedagogia presso l’Università di Padova (RIGON,1988-89). I risultati ottenuti indicano, che un ambiente “buono” si connette con una buona intelligenza ed un buon livello grafico, sia per i R come per i M; quando invece, l’ ambiente familiare dei M è “deprivato”, si associa a rese basse o in norma nel test di intelligenza. Si può obbiettare che i dati utilizzati siano pochi e provengano da età molto basse, per cui il loro significato può essere solo orientativo. Essi comunque sembrano indiziare nel livello intellettivo e nell’evoluzione grafica dei soggetti, una connessione diretta tra ambiente familiare buono e rese elevate, ciò indipendentemente dall’origine dei soggetti M o R. Ritornando all’opinione localmente diffusa nella Scuola Consolare, che reputava mediamente bassa la resa scolastica dei M, con tutte le riserve possibili, può essere attribuita, se esiste realmente, soprattutto alla determinante ambientale, prima di tutto familiare, aggravata dagli stimoli negativi, cui è fatto oggetto il bambino meticcio da parte di tutto l’ambiente che lo circonda, ivi compreso quello scolare. Quindi sembra esclusa qualsiasi componente ereditaria. A questo proposito, possono interessare le informazioni socio-ambientali raccolte per questi bambini della Scuola Consolare. Sono figli di madre somala e di padre italiano.

Il bambino, riconosciuto dal padre, anche se ha abbandonato la famiglia, riceve un contributo dal nostro governo. Generalmente anche se presente, il padre, è molto anziano e la famiglia è retta sostanzialmente dalla madre, somala, sempre più giovane del marito. I bambini vivono in un ambiente sostanzialmente deprivato, non tanto dal punto di vista materiale, ma per l’aspetto culturale ed affettivo. Essi conoscono, come prima lingua, il somalo e imparano l’italiano successivamente a scuola. Se consideriamo la legge italiana, in vigore all’epoca, che attribuiva la cittadinanza italiana solo al bambino di padre italiano, ne deriva che il M., figlio di madre italiana e padre somalo, che fruisce generalmente di un ambiente familiare ottimale, era escluso dalla frequenza alla scuola italiana. Così venivano allontanati per sempre dalla consuetudine della lingua italiana scritta, come viene appresa nei primi anni di scuola, proprio i soggetti, che già la praticavano oralmente e la cui resa intellettiva in età adulta, si poteva prevedere brillante. A Mogadiscio, fin dagli anni ‘920, se i M. avevano una madre somala indigente o semplicemente se lei voleva proteggerli dal rifiuto della società, li portava a crescere negli orfanatrofi di stato: Ionte, per i bambini più piccoli; Braava, per quelli fino alla 5° elementare; Mogadiscio, per le scuole medie e liceo. La registrazione alla nascita di questi M. veniva fatta in un registro a parte e segnalata alla chiesa cattolica. Qui soprattutto a Braava, si verificava un fatto particolare “venivano affisse le comunicazioni dell’avvenuto cambiamento ‘ufficiale’ dei cognomi di alcuni bambini” sostituito con uno italiano di fantasia (FAEDDA, 2001-intervista a Gianni Mari), al quale i ragazzi dovevano abituarsi prima di passare a Mogadiscio, per proseguire gli studi. Questa violenza ci lascia senza parole.

Sempre negli stessi gli anni un gruppo di orfani di Mogadiscio, preparati in modo opportuno, furono portati in Italia, in occasione dell’esposizione nazionale di Torino del 1928, per essere esibiti in varie regioni a testimonianza e pubblicizzazione dell’italianità della Colonia (GABRIELLI,1999). Negli anni ’30-4, si riporta quanto segue ”...quando le madri nell’indigenza, dopo aver lasciato i figli in orfanatrofio, ed essersi rifatte una vita normale, tornavano a riprendere i figli, si trovavano in contrasto con i religiosi, che si opponevano alla restituzione di chi ormai parlava italiano, scriveva in italiano ed era cattolico” (PASTACALDI2010, intervista a Shirin Ramzanali Fazel). In un secondo momento, l’orfanatrofio di Afgoi sostituì i primi due; ed infine negli anni ‘980 rimase solo quello di Mogadiscio. Sul modo di operare di queste istituzioni, vi sono luci ed ombre e molti comportamenti attuati devono essere prima di tutto contestualizzati. Haua (I.n.3) nel ‘968, dice dell’orfanatrofio di Afgoi: “...c’erano tantissimi bambini (credo orfani), molti erano mulatti come noi, per cui deduciamo fossero nati da padri italiani e donne somale, che non potevano crescerli. Alcuni erano grandicelli (10-14 anni), figli dell’AFIS, che si esprimevano in somalo e le suore pure; a scuola parlavano italiano. Le suore erano molto amorevoli nei loro confronti. Mia sorella ricorda che un bambino orfano di 3/4 anni, era sempre attaccato ad una suora infermiera, come fosse sua mamma”. In particolare negli anni ‘970/80, io ricordo un paio di fatti a proposito delle Missionarie della Consolata: l’atteggiamento materno delle poche suore, rimaste all’orfanatrofio di Mogadiscio, e il sotterfugio da loro adottato: inviare in Italia meridionale, alcuni M. perchè meglio potessero confondere i propri tratti con i nostri meridionali. Così li toglievano dall’emarginazione locale e ne favorivano l’inserimento nella vita futura. La stessa cosa deve essere avvenuta anche per Ashia (I.n.1). Secondo: rivedo ancora il pulmino bianco, che ogni mattina portava le suore, tutte caposala, al Benadir Hospital, che solo al loro arrivo cominciava a funzionare. Tra loro Suor Cirilla, ultraottantenne, sovraintendeva in neonatologia quotidianamente ad una cinquantina di parti, senza chiedersi se i neonati erano somali, meticci, o altro.

“I ragazzi M., anche fuori dal collegio, chiamati in modo dispregiativo cayal missioni, figli della missione, erano destinati a sposarsi tra di loro o in matrimoni combinati dalle suore” (PASTACALDI2010, intervista a Shirin Ramzanali Fazel). Tale espressione,utilizzata in un tempo più recente, è stata confermata anche da Nhur (I.n.2): “...per i M: di solito si trattava di madre somala e padre italiano; molto raramente il contrario. La moglie sposata ad un bianco, diventava impura e veniva chiamata: gaal bey ufuusa- cioè- montata da un bianco; i figli meticci illegittimi, erano chiamati indue modi diversi:wecel - bastardi e ciyaal missioni –figli di missionari. Potevano anche integrarsi nel sociale, perché economicamente stavano meglio degli altri, ma erano sempre emarginati socialmente.

Queste difficoltà che incontravano nella loro vita, li rendevano più forti ed agguerriti” Chiedo ancora all’intervistato: quando i genitori sono padre somalo e madre italiana, valgono le stesse definizioni? – “Le figlie sono sempre bastarde, a patto che la madre non si sia convertita all’islam. Il resto è più complicato da spiegare...”. Il dialogo si interrompe, lasciandomi insoddisfatta. La spiegazione mi è stata fornita dal Prof. Lorenzo Pace, islamista dell’Università di Padova. ”La giurisprudenza (fiqh) musulmana è concorde, al di là delle differenti scuole, sulla seguente regola generale: un musulmano può sposare una donna non musulmana, giacché, in ogni caso, i figli nati dal matrimonio seguono nazionalità e religione del padre. In tal senso, un matrimonio misto funziona dal punto di vista della Shari’a perché la discendenza – via linea patrilineare - continua ad essere musulmana. Inoltre, il matrimonio fra una donna cristiana o ebrea e un musulmano, è visto con minore sfavore, giacché cristiani ed ebrei appartengono a quelli che nel Corano sono chiamati le Genti del Libro. Ciò che nella giurisprudenza musulmana è proibito è il matrimonio fra una musulmana e un non musulmano, perché coerentemente con la regola che, i figli seguiranno la nazionalità e la religione paterna, essi non saranno per definizione musulmani. Ovviamente tutto cambia, in linea di principio, se uno o una si convertono all’islam.

In Italia succede ancora che un italiano, nato cattolico, sposi una donna musulmana e che per opportunità si converta all’islam. Nella situazione somala, l’impressione che ho avuto, leggendo l’intervista che mi hai inviato, è che nel periodo coloniale, un somalo poteva sposare una donna italiana, anche se tale matrimonio poteva apparire come una violazione di una regola sociale (l’endogamia), senza andare incontro a particolari sanzioni derivanti dalla legge coranica, giacché i figli nati dal matrimonio sarebbero stati comunque musulmani. Tutto ciò era tollerabile, solo malvisto come un cedimento al dominio coloniale di uno “straniero”. Il contrario, donna somala che sposava un italiano era doppiamente censurato (dal punto di vista endogamico e religioso)”.

 

Oddan, Lisa, Hayàn

 

Conclusioni

Con questo impegno abbiamo voluto fotografare uno scenario particolare del colonialismo italiano in Africa, così come è rimasto impresso nella memoria dei protagonisti e/o di chi è a conoscenza dei fatti di allora. Reputiamo che la valenza sociale delle voci in diretta sia particolarmente importante anche se, con le informazioni raccolte ne risulta un’immagine originale, ma frammentaria della Colonia, limitata al vissuto di ogni persona. La validità delle fonti orali è particolarmente importante nel caso di specie, connessa come è alla tenacità del ricordo di soggetti, che fino agli anni ’970, hanno utilizzato esclusivamente una lingua orale. Non possiamo sapere però quanto la fantasia possa aver contribuito ad arricchire questi ricordi.

Quello che non mi sarei aspettata è stata l’estrema disponibilità dei soggetti intervistati ad accogliere il mio invito a raccontare e/o fornirmi documenti preziosi di famiglia. Con l’occasione ci siamo ripromessi di ritrovarci in seguito, con alcuni, davanti ad una tazza di cjai, per riandare ai ricordi. Persino mia figlia si è commossa rivedendo nelle foto i suoi compagni di asilo, che pur piccoli, portavano nella classe la specificità del loro ambiente familiare, che si esprimeva in diversità di madre lingua, di aspetto fisico, di religione professata e di cultura. Proprio questa diversità si traduceva in una ulteriore stimolazione ed arricchimento reciproco, da cui lei nello specifico, ma sicuramente anche gli altri hanno ricavato beneficio per tutta la vita. Per me e per quanti hanno collaborato al progetto, è stata un’occasione particolare per ricordare ed raccontare “la propria Africa”.

 

Bibliografia

-Waris Dirie: Fiore del deserto. Garzanti , 1998. -Wu Ming 2, Antar Mohamed, Timira: Romanzo meticcio. Ed. Einaudi, 2012. -Villani S. Un sillabario per la Somalia. Corriere della Sera, 26/10/1972.

-Rigon F. Alcuni aspetti biologici,psicologici e sociali nella popolazione scolare della scuola consolare italiana di Mogadiscio. Tesi di laurea in Pedagogia, Università di Padova, AA. 1988/89.

-Panza Bruno Af Soomaali. Grammatica della lingua somala con piccolo vocabolario in appendice. Le Monnier, Firenze, 1974.

-Angeleri P. Prime lezioni di lingua somala (in ciclostile, a cura di). Centro Culturale Italiano di Mogadiscio, Mogadiscio, 1973.

- Ben-Ghiat R. & Fuller M. Italian colonialism. New York, Palgrave Macmilan , 2005.

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