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KEPLER E IL PIANETA NON PUNTUALE

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Il pianeta dispettoso. Grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Kepler è stato possibile prendere i tempi a un pianeta extrasolare, scoprendo che non li rispetta. La colpa? È di un altro pianeta che, però, non si fa vedere.

C’è un pianeta che non arriva mai puntuale ma la colpa, a quanto pare, non è sua. Talvolta in ritardo, talaltra in anticipo, Kepler-19b non rispetta mai i tempi nel ripassare davanti alla propria stella, a circa 650 anni luce da noi.È proprio grazie a questi suoi passaggi che il telescopio spaziale Kepler era riuscito a individuarlo: la luminosità della stella, dalla nostra posizione di osservatori, diminuisce periodicamente ed è così stato possibile stabilire l’esistenza di un pianeta che la oscura, anche se impercettibilmente, ad ogni giro. Il problema è che questi oscuramenti non si verificano mai nel momento stabilito, come se il pianeta rallentasse e accelerasse nel percorrere la propria orbita. A partire da questo comportamento, i ricercatori hanno dedotto che da quelle parti, in orbita intorno alla stessa stella, deve esserci anche un altro pianeta che disturba gravitazionalmente quello tenuto d’occhio da Kepler.La dinamica dei fatti è la stessa che nel 1846 portò alla scoperta di Nettuno che, non ancora osservato al telescopio, aveva fatto notare la sua presenza influenzando il moto di Urano. Nel caso attuale però, dell’“altro” pianeta, quello che disturba Kepler-19, non si riesce a sapere nulla più oltre al fatto che esiste. Il telescopio spaziale non ha rilevato altri abbassamenti di luminosità della stella, quindi è probabile che questo pianeta segua un’orbita inclinata che non lo porta a passarle davanti lungo la nostra linea di vista.Niente occultamenti, niente informazioni aggiuntive e su Kepler-19 c, questa la sua denominazione, si fanno solo supposizioni. Potrebbe essere un pianeta roccioso che compie la propria orbita in 5 giorni, ma anche un gigante gassoso che la percorre in 100 giorni. Qualunque sia la sua identità, in ogni caso questo nuovo, sfuggente, arrivato detiene il primato di essere il primo pianeta extrasolare ad essere stato scoperto in questo modo 

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Leone d’Oro al goethiano Faust del russo Sokurov

Il Leone d’Oro al Faust di Aleksandr Sokurov, alla 68esima kermesse veneziana, ha messo d’accordo tutti. Il cineasta russo gioca sul mito goethiano, senza dimenticare gli altri autori che hanno sfruttato lo stesso mito per i loro capolavori: una su tutte la monumentale opera lirica di Richard Wagner, personaggio che nel film è immaginato come allievo del dottor Faust e i cui richiami musicali sono parte integrante della pellicola. Sin dal primo impatto, il film risulta un’opera estetica e filosofica, non contempla, infatti, nessuna sensazione “di pancia”, rappresentando il punto di forza di un lavoro molto raffinato ma anche il suo limite. Aiutato dall’ottima collaborazione del direttore della fotografia Bruno Delbonnel, il cineasta russo privilegia i colori polverosi, i grigi, le nuances della terra, a voler sottolineare gli aspetti più sordidi e sudici della storia. Mefisto, rappresentato come un usuraio sporco, puzzolente, nei panni di un satiro, con i genitali al posto della coda, risultando grottesco, non ha nulla del fascino seduttivo del male, a favore, invece, del lato torbido insito nell’inganno. Eppure Faust viene circuito dall’inganno ma non vi resterà intrappolato per sempre. Il film comincia con la domanda sull’anima, se essa sia racchiusa nel cuore, nella mente o addirittura nei piedi. La sete di conoscenza del protagonista, partendo da interrogativi esistenziali e filosofici, via via si avvicina sempre più al desiderio propriamente detto, superando l’esperienza intellettiva per abbracciare quella dei sensi.

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