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Scienza in Rete: meglio se a pagamento

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L’accesso gratuito alle risorse scientifiche su Internet non aiuta a diffondere la scienza

Se offri gratis una cosa di valore, che altri pagano per avere, è logico che tutti cercheranno di ottenerla gratis. Questa logica, quasi sempre valida, comincia a vacillare quando si parla di pubblicazioni scientifiche online. Non è detto, infatti, che i navigatori della Rete, potendo scegliere fra un articolo scientifico gratuito e uno a pagamento, preferiscano quello che non costa nulla. A rivelarlo è uno studio pubblicato in questi giorni su Science da due ricercatori dell’università di Chicago, James A. Evans e Jacob Reimer.

 

Di solito le ricerche scientifiche sono pubblicate in riviste specializzate, i cosiddetti journals, e per poterle consultare bisogna abbonarsi alla rivista o accedere tramite un istituto di ricerca convenzionato. Con l’avvento di Internet, che ha abbattuto i costi di pubblicazione,  molti scienziati preferiscono pubblicare i risultati delle proprie ricerche in siti o riviste “open access”, ossia ad accesso libero, in modo tale che chiunque le possa consultare. La speranza dei ricercatori è che il loro articolo abbia un bacino di lettori più ampio e quindi possa circolare liberamente fra gli utenti della Rete ed essere citato da altri studiosi.

Per testare questa teoria, Evans e Reimer hanno sfogliato milioni di articoli e ricerche pubblicati in Rete – sia nelle riviste a pagamento che nei siti ad accesso libero. I risultati, però, sembrano smentire il senso comune: le pubblicazioni mandate in stampa per un anno e poi pubblicate gratuitamente su internet aumentano la loro “popolarità”dell’8%. Questa percentuale sale al 12% quando gli articoli appaiono su un sito a pagamento. All’interno della comunità scientifica, quindi, sembra che il libero accesso alle risorse abbia un effetto limitato sull’utilizzo effettivo della risorsa da parte degli altri utenti di Internet.

Il discorso cambia, invece, nei Paesi in via di sviluppo, dove i fondi per la ricerca sono scarsi e l’accesso alle biblioteche limitato. L’indagine, infatti, dimostra che le pubblicazioni gratuite sono molto più lette e citate di quelle a pagamento. In questo caso, il sistema “open access” si rivela uno strumento essenziale, sia per favorire la circolazione delle idee all’interno della comunità scientifica, sia per comunicare la scienza ad un pubblico più ampio.  

Link consigliati:
James A. Evans e Jacob Reimer, “Open Access and Global Participation in Science”. Science, 20/02/2009
http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/323/5917/1025

Emma Bariosco

Flash News

Nei prossimi otto anni, il Centro di Ricerca per gli Edifici ad impatto ambientale zero (ZEB) riceverà dal governo norvegese un finanziamento annuo di 4.5 milioni di euro. Il progetto, che vede impegnati architetti, ingegneri e imprenditori dell’università di Oslo, partirà il prossimo 2 marzo.
L’industria edile è comunemente definita il “settore del 40%” perché il 40% dei materiali e dei prodotti in commercio sono utilizzati nelle costruzioni, dove tra l’altro si consuma il 40% dell’energia sia a livello europeo che globale.
Il presupposto da cui partono i norvegesi è che si risparmi di più riducendo la domanda di energia invece di aumentarne la produzione –risparmiare 1 KWH di energia, infatti, equivale a produrne almeno 2 KWH. Per rispondere alle sfide attuali – cambiamenti climatici, scarsità di risorse energetiche -  i norvegesi hanno pensato di costruire edifici all’insegna dell’efficienza, utilizzando principalmente energie rinnovabili.
Il Centro di Ricerca norvegese è impegnato a sviluppare soluzioni tecnologiche sia per i futuri edifici sia per quelli già esistenti, mettendo a punto sistemi a impatto ambientale zero in tutte le fasi della costruzione e della demolizione.

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