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Girl model. Tra inganno e povertà

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Per la sezione L’Altro Cinema-Extra il documentario Girl Model di Ashley Sabin e David Redmon, vince il Marc’Aurelio best documentary. E’ il luccicante mondo del fashion quello indagato dagli autori, non del tutto estranei e freddamente obiettivi, come un documentario richiederebbe. Ragazzine dai 13 ai 17 anni spedite dalla Siberia o dalla Russia, verso la capitale della tecnologia: Tokyo. Una specie di pacchi postali senza nessun valore dato alle loro menti o alle loro anime. In loro non si cerca la bellezza propriamente intesa ma solo che rientrino nei canoni delle richieste del cliente: mai abbastanza giovani, mai abbastanza magre, non altissime. Insomma, neppure delle bimbe precocemente cresciute ma delle bimbe vere e proprie, al limite dello sfruttamento minorile e la prostituzione minorile, mascherati dal sogno di essere una ragazza copertina.

 

Quel che atterrisce di più è la figura della talent scout, un ex modella, vecchia per esserlo ancora, pur essendo di fatto una ragazza di soli 28 anni. La sua tristezza nasconde un dolore che neppure la riuscita di un tale lavoro riesce a cancellare, l’insopportabile dolore di essere sola e di non essere ancora diventata mamma ma soprattutto di essere consapevole della rete d’inganno intessuta a scapito delle malcapitate. In questa storia si celano vicende di stenti e povertà, le uniche voci in capitolo nella scelta di diventare modella. Sono elementi questi che non hanno nulla a che fare con il sogno di apparire, inteso nella sua purezza, elementi che stritolano, senza cancellarli, Il pianto di una famiglia a cui viene strappata una figlia ancora da crescere ed educare alla vita e la solitudine di ragazzine spesso gettate verso la strada della prostituzione.

La neve, il ghiaccio, il porto, la nave, la povertà prima e dopo sono quel che fa da sfondo alla sventura di Nadya, la tredicenne siberiana protagonista del documentario. Difficile credere in una riuscita felice del percorso professionale di Nadya, anche se il documentario si conclude dicendo che continua a fare la modella. Eppure, a giudicare dai due cospicui debiti accumulati verso la sua agenzia, che l’ha venduta e mai pagata, è difficile credere che abbia facilmente trovato il modo di estinguerli onestamente. Come? Con la povertà in cui ha lasciato la sua famiglia addolorata quanto lei per la sua partenza, benché altrettanto speranzosa in un guadagno tale per poter sistemare tutti? Oppure con i lavori cercati, e quando trovati, mai pagati? La risposta sembrerebbe ovvia e penosa per la ragazzina derubata della sua infanzia, tanto quanto squallida per chi si è arricchito alle sue spalle.

 

Margherita Lamesta

Flash News

 

Di queste 14 solo in Campania. Galletti: “Altro importante risultato di squadra, scendono costi ambientali ed economici inaccettabili per i cittadini”. Sanzione scende in due anni da 39,8 a 16 milioni a semestre. Da 200 iniziali restano 77 siti in infrazione.

Altri 25 siti escono dalla lista delle discariche abusive per le quali l’Italia è condannata a pagare, a seguito della sentenza di condanna della Corte di Giustizia europea del 2 dicembre 2014, una penalità semestrale. Dalle iniziali 200 discariche dichiarate non conformi alle Direttive 77/442 e 91/696, sono oggi rimaste 77 discariche abusive ancora interessate dalla sentenza: dalla prima sanzione semestrale di 39 milioni e 800 mila euro, oggi l’Italia è chiamata a versare, per il quinto semestre successivo alla sentenza, 16 milioni di euro. Lo ha spiegato la Direzione generale Ambiente della Commissione europea, in una lettera indirizzata alle autorità italiane, in replica alla documentazione inviata dal nostro Paese nel giugno scorso con informazioni sullo stato di avanzamento della messa in regola di 33 siti, per otto dei quali resta dunque ancora in vigore la penalità.

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