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Parco Virunga, uccisi in un agguato 5 ranger e una guida



Continuano a morire gli eroi della natura nel Parco Nazionale dei Vulcani Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo. Quella di ieri è stata la strage più drammatica dall’inizio della storia del parco: sono stati massacrati in un’imboscata 5 ranger insieme ad una guida. Un sesto ranger è stato ferito gravemente ed attualmente è sottoposto a cure. Tutte le vittime erano giovani tra i 22 e i 30 anni.
Nella difesa del Parco, con una escalation negli ultimi 20 anni, hanno perso la vita 175 ranger: uomini straordinari che hanno dedicato la loro vita alla difesa di un vero e proprio patrimonio di natura, che accoglie nei propri confini alcuni degli ultimi rarissimi gorilla di montagna. Sono molti gli interessi economici che si scontrano con la conservazione: il bracconaggio così come l’uso criminale di altre risorse naturali (la legna delle foreste dei vulcani viene illegalmente trasformata in prezioso carbone) servono a finanziare una criminalità diffusa spesso collegata agli interessi dei signori della guerra.

Emmanuel De Merode, Direttore del Parco e lui stesso ferito in un attentato nel 2014, ha dichiarato: “Virunga ha perso degli uomini straordinariamente coraggiosi che erano profondamente impegnati a lavorare al servizio delle loro comunità. È inaccettabile che i ranger di Virunga continuino a pagare il prezzo più alto in difesa del nostro patrimonio comune e siamo devastati dal fatto che le loro vite siano state interrotte in questo modo. Inviamo le nostre più sentite condoglianze alle famiglie, alle mogli e ai figli che lasciano e ci impegniamo a creare un futuro migliore per la Repubblica Democratica del Congo”.
Il Parco Nazionale dei Vulcani Virunga è la più antica area protetta africana, nata nel 1925 per difendere una biodiversità straordinaria tra cui un’importante popolazione degli ultimi 880 gorilla di montagna. Il WWF è impegnato a sostenerne il parco nazionale del Virunga con progetti rivolti alle comunità locali e alla protezione di specie e habitat sin dal lontano 1960. Per le sue straordinarie caratteristiche naturali il parco è stato inserito nel 1975 nella lista dei siti patrimonio dell’Umanità (World Heritage Site).
La protezione di questi 780 km quadrati di foreste e savane, vulcani attivi e laghi, dove vivono gli straordinari gorilla di montagna è da sempre la sfida di persone eccezionali. Fra queste montagne avvolte nella nebbia trovò la morte (uccisa molto probabilmente dagli stessi bracconieri che tentava di combattere) Diane Fossey, segnando l’inizio di una lunga battaglia contro interessi criminali che mirano alle tante risorse naturali del parco. Proprio per difendere il parco del Virunga dalle estrazioni petrolifere, il WWF lanciò nel 2014 una campagna di denuncia, ottenendo l’impegno del governo della Repubblica Democratica del Congo e delle compagnie petrolifere a rispettare il santuario del gorilla.
Purtroppo, come ha testimoniato la drammatica strage di ieri, il parco continua ad essere terra di conquista e terreno di caccia di criminali il cui unico obiettivo è trasformare in profitto quel che rimane dell’Africa selvaggia, sottraendo alle comunità locali di un paese tanto tormentato, ogni speranza di riscatto.
“Nato per proteggere gli ultimi gorilla di montagna dai bracconieri e dalla violenza dell’uomo in un’area insanguinata da guerre e conflitti, oggi il parco del Virunga è un vero miracolo pulsante di vita, di biodiversità ma anche di scuole, di piccole economie, di energia sostenibile, di posti di lavoro: rappresenta la possibilità di un futuro diverso nel cuore dell’Africa per migliaia di famiglie. Un grande esempio di conservazione ed economia verde in un continente devastato”, ha dichiarato Isabella Pratesi, Direttore Conservazione del WWF che aggiunge: “Per difendere tutto questo e garantire un futuro agli ultimi gorilla di montagna dobbiamo diventare ‘tutti rangers’ del parco del Virunga, unendoci all’incredibile battaglia che questo piccolo grande parco sta portando avanti, a costo della vita dei suoi eroi”.

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La ricerca dell’Università di Pisa pubblicata sulla rivista Environmental Science and Technology ha analizzato campioni di sabbia raccolti alle foci dei fiumi Arno e Serchio


Particelle piccolissime, quasi indistinguibili dalla sabbia, le microplastiche nelle nostre spiagge sono una forma di inquinamento elusivo e pervasivo con cui è sempre più necessario fare i conti. A far luce sul fenomeno è arrivato un nuovo studio del dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa pubblicato su “Environmental Science and Technology”, la rivista dell’American Chemical Society, tra le più autorevoli nel settore tecnologico-ambientale.
La ricerca coordinata dal professore Valter Castelvetro ha analizzato dei campioni di sabbia raccolti nei pressi delle foci dei fumi Arno e Serchio per determinare la quantità e la natura dei frammenti di plastica inferiori ai 2 millimetri. I risultati hanno evidenziato la presenza di notevoli quantità di materiale polimerico parzialmente degradato, fino a 5-10 grammi per metro quadro di spiaggia, derivante per lo più da imballaggi e da oggetti monouso abbandonati in loco, ma in prevalenza portati dal mare. Come tipologia si tratta prevalentemente di poliolefine, di cui sono fatti ad esempio gran parte degli imballaggi alimentari, e di polistirene, una plastica rigida ed economica usata anche per i contenitori dei CD o i rasoi usa e getta. Questi residui variamente degradati sono stati ritrovati in quantità diversa a seconda della distanza dal mare, più concentrati nella zona interna e dunale per effetto della progressiva accumulazione rispetto alla linea della battigia.

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