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Bella e perduta

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Le celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia rappresentano una preziosa occasione per riflettere sulla storia risorgimentale, sull'eredità che questa ha lasciato  nell'identità culturale e sociale italiana . A tal fine ricco è il calendario di mostre, convegni e presentazioni di nuovi volumi, aventi tutti per soggetto il Risorgimento e l'Unità d'Italia organizzati sia dalle istituzioni pubbliche sia dagli istituti privati di cultura. Tra gli eventi di particolare rilievo, una interessante conferenza svoltasi il 15 marzo da poco trascorso presso la sede dell'Istituto della Enciclopedia Italiana, situato nell'omonima piazza al centro della Capitale. L'Istituto della Enciclopedia Treccani nasce nel febbraio 1925 per iniziativa dell'industriale e mecenate Giovanni Treccani e del filosofo Giovanni Gentile per rispondere all'esigenza di dare vita ad una grande enciclopedia nazionale, di cui l'Italia era priva, sul modello degli analoghi organismi europei. L'occasione per lo svolgimento dell'evento è stata data dalla presentazione di un nuovo testo, edito da Laterza, intitolato ”Bella e perduta” opera di Lucio Villari, storico e docente di storia contemporanea presso l'Università Roma Tre. Alla manifestazione hanno partecipato come relatori l'On. Giuliano Amato, Presidente del Consiglio dei Ministri tra il 1992 ed il '93 e successivamente tra il 2000 ed il 2001, e Giacomo Marramao, docente di filosofia politica in alcune delle più importanti università italiane ed europee. La presentazione si è aperta con l'intervento del Prof. Marramao che, sottolineato il carattere non accademico del volume e la grande cura stilistica, ha evidenziato come il libro ponga un interrogativo al lettore: ”L'Unità ha rappresentato un valore aggiunto per l'Italia?”. Il Prof. Marramao ha soffermato la propria attenzione sulla tardività del processo di unificazione politico rispetto al processo di unificazione culturale italiano. Quest'ultimo si è infatti realizzato, secondo il Prof. Marramao, quasi cinque secoli prima della fase risorgimentale, prima dunque di altri paesi europei come Francia e Germania, in cui tali processi, peraltro, sono stati diretti da politiche governative “dall'alto” e non avrebbero beneficiato dell'impulso provenente “dal basso” come invece è avvenuto in Italia.Nella penisola italiana, però, ad una unificazione linguistico-culturale non è seguita immediatamente una unificazione politica e ciò ha impedito di valorizzare il ruolo dell'Italia nel panorama internazionale sia dal punto di vista politico sia da quello economico. L'uscita del nostro Paese da quello che Kant chiamava lo “stato di minorità”, grazie al processo risorgimentale, processo che ha permesso la sintesi delle idee illuministiche e delle vibrazioni romantiche e la vittoria dell'orgoglio nazionale sulla paura della libertà, è avvenuto tardivamente.Parzialmente differente è l'opinione dell'On. Amato. Giuliano Amato, infatti, ha sostenuto che l'elemento unificatore nazionale, pre-esistente al processo di unificazione politica, non è da ricercare nel'utilizzo della lingua italiana, capacità diffusa solo tra una ristretta cerchia di intellettuali, ma nella capacità comune degli italiani di saper cogliere la bellezza, estrapolandola dalla natura fino a renderla cultura. Tale peculiarità' rappresenta l'elemento unificatore che ha raccolto gli italiani ben prima dell'Unita' ed ha garantito durante il Risorgimento, una vera comunione di intenti tra anime così' diverse. Il sovversivismo di Mazzini, le strategie militari di Garibaldi ed i progetti dello statista Cavour hanno trovato, nella suddetta tendenza, il filo rosso che ha unito le loro azioni tutte assolutamente necessarie per il successo del loro scopo.Il convergere di anime politiche e socio-culturali distinte ha poi determinato, secondo l'On. Amato, il perdurare nel dibattito sull'Unità d'Italia di alcuni quesiti: ”il Risorgimento ha rappresentato un'occasione persa? Un'Italia differente sarebbe stata possibile?”.Tali quesiti impediscono al nostro paese il completo abbandono dello “stato di minorità” e favoriscono una tendenza verso l'autocritica. Tuttavia hanno anche tenuto in vita un dibattito sul sogno di un'Italia migliore, dibattito che, forse, ha contribuito a renderla tale. Semmai il problema odierno è che l'aspirazione a creare un'Italia migliore si è affievolita distogliendo l'attenzione dalla stessa storia del Risorgimento. La minore attenzione sulla storia italiana e la carente ricerca di legami con il passato risorgimentale rappresentano, anche per Lucio Villari, un grave errore dell'Italia democratica, che raramente si e' mostrata capace di ricollegarsi all'eredità del Risorgimento, un'eredità fatta di pluralismo e di differenze che hanno dialogato tra loro.Secondo il Prof. Villari, l'eccessiva enfasi nei confronti dei grandi eventi che hanno segnato l'epopea risorgimentale ha distolto lo sguardo da un grande movimento popolare, unico in Europa per le sue dimensioni sia temporali che spaziali, nonché unico vero erede  della Rivoluzione francese. Tale legame tra il nostro Risorgimento e la Rivoluzione francese si manifesta nel connubio, realizzatosi durante la battaglia per la costituzione dell'Unità, tra istanze finalizzate alla tutela di libertà individuali ed il riconoscimento di libertà collettive. Libertà individuali e collettive che venivano però considerate secondarie rispetto ad un principio ritenuto assolutamente primario, quello dell'Unità.   Fabrizio Giangrande      

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Leone d’Oro al goethiano Faust del russo Sokurov

Il Leone d’Oro al Faust di Aleksandr Sokurov, alla 68esima kermesse veneziana, ha messo d’accordo tutti. Il cineasta russo gioca sul mito goethiano, senza dimenticare gli altri autori che hanno sfruttato lo stesso mito per i loro capolavori: una su tutte la monumentale opera lirica di Richard Wagner, personaggio che nel film è immaginato come allievo del dottor Faust e i cui richiami musicali sono parte integrante della pellicola. Sin dal primo impatto, il film risulta un’opera estetica e filosofica, non contempla, infatti, nessuna sensazione “di pancia”, rappresentando il punto di forza di un lavoro molto raffinato ma anche il suo limite. Aiutato dall’ottima collaborazione del direttore della fotografia Bruno Delbonnel, il cineasta russo privilegia i colori polverosi, i grigi, le nuances della terra, a voler sottolineare gli aspetti più sordidi e sudici della storia. Mefisto, rappresentato come un usuraio sporco, puzzolente, nei panni di un satiro, con i genitali al posto della coda, risultando grottesco, non ha nulla del fascino seduttivo del male, a favore, invece, del lato torbido insito nell’inganno. Eppure Faust viene circuito dall’inganno ma non vi resterà intrappolato per sempre. Il film comincia con la domanda sull’anima, se essa sia racchiusa nel cuore, nella mente o addirittura nei piedi. La sete di conoscenza del protagonista, partendo da interrogativi esistenziali e filosofici, via via si avvicina sempre più al desiderio propriamente detto, superando l’esperienza intellettiva per abbracciare quella dei sensi.

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