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I ricci di mare e i segreti della biomineralizzazione

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La scienza studia  conchiglie e ricci di mare per scoprire il segreto di un materiale ultra resistente

La sostanza di cui sono fatti i nostri denti e le nostre ossa, nonché il guscio delle conchiglie o le spine del riccio di mare, costituisce un vero e proprio portento della natura poichè è il materiale più forte e resistente del mondo animale e da molto tempo gli scienziati cercano di realizzare in laboratorio un prodotto che abbia le stesse caratteristiche. Grazie ad un team internazionale di scienziati, potremmo essere vicini alla soluzione.

I ricercatori hanno scoperto un meccanismo-chiave, finora sconosciuto, per trasformare il carbonato di calcio amorfo in calcite, che è la sostanza di cui è fatto il guscio delle conchiglie. La scoperta, pubblicata il 27 ottobre scorso nei Proceedings of the National Academy of Sciences, è importante perché potrebbe aprire la strada a nuovi dispositivi microelettronici super resistenti.

Le spine del riccio di mare, così come la conchiglia, si formano quando l'animale è allo stato larvale e sono composti di materiale organico e minerali normalmente disciolti nell'ambiente acquatico: calcio, ossigeno e carbonio. Utilizzando un particolare sistema a raggi X definito “radiazione a sincrotrone”, i ricercatori dell'università Wisconsin-Madison hanno studiato la “biomineralizzazione”, ossia il processo attraverso il quale il riccio di mare trasforma il carbonato di calcio, un materiale che troviamo anche nelle comuni tubature e nelle caldaie, in cristalli che compongono la conchiglia e gli aculei degli animali marini.

L’indagine ai raggi X ha rivelato che il cristallo di calcite non possiede sfaccettature e nel giro di 48 ore assume una struttura a tre punte, molto simile al logo Mercedes Benz.
L’ipotesi degli scienziati è che, per ottenere questo risultato, gli organismi depositino prima il materiale amorfo in modo disordinato e poi lo trasformino in un cristallo, la calcite, orientando gli atomi secondo una precisa disposizione, ma conservandone la singolare morfologia, che ricorda quella dei frattali. La domanda che si pongono ora i ricercatori è in che modo avviene questa sorprendente trasformazione dallo stato amorfo a quello cristallino, che consente di ottenere un biominerale molto più forte e resistente di quelli da cui è formato.

Studiare il modo in cui i biominerali si formano e si trasformano, secondo Pupa Gilbert, che ha coordinato la ricerca, è importante perché consentirà agli scienziati di fare progressi nel campo delle nanotecnologie, sviluppando nuovi materiali ultra resistenti per costruire apparecchiature mediche o dispositivi microelettronici.

Link consigliati

University of Wisconsin-Madison
Gilbert, Pupa et al. “Sea urchin yields a key secret of biomineralization”
http://www.news.wisc.edu/releases/14861

Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS)
Gilbert, Pupa et al. “Transformation mechanism of amorphous calcium carbonate into calcite in the sea urchin larval spicule”.
http://www.pnas.org/content/105/45/17362.abstract?sid=01e8356d-3da8-46fe-9ac1-f1e8313f17f3

Veronica Rocco

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Domenica 12 maggio, tutto il mondo festeggerà la Festa della Mamma: un giorno speciale, per celebrare il duro lavoro che ogni mamma svolge nella cura dei propri figli. È importante ricordare, però, che noi umani siamo solo una delle tante specie del mondo animale in cui il ruolo della mamma è speciale e fondamentale per proteggere, nutrire e crescere i propri piccoli.
Nel regno animale, ci sono cinque specie che si contraddistinguono per avere un gran cuore di mamma.

La prima femmina ad avere un legame speciale e molto forte con i suoi cuccioli è quella dell’Orango. Nei primi due anni di vita, i piccoli di orango si affidano totalmente alle loro madri, sia per il cibo che per muoversi. Le mamme, infatti, non abbandonano i loro cuccioli fino ai sei o sette anni, età in cui i cuccioli avranno imparato a trovare il loro cibo, le tecniche per mangiarlo e i trucchi per costruire il loro rifugio per dormire. A volte, anche negli anni successivi i giovani oranghi non si allontanano dalla madre, restando non distanti dal nucleo familiare che li ha cresciuti. Alcune femmine di orango, però, una volta diventate autonome non si dimenticano di fare visita alla loro dolce mamma e la vanno a trovare fino all’età di 15 o 16 anni.

Fra le mamme da festeggiare c’è sicuramente anche la femmina dell’Orso polare: una mamma attenta, che in genere dà alla luce due cuccioli gemelli. I piccoli non la lasciano fino all’età di due anni, quando avranno imparato come sopravvivere a rigidissime temperature. Le mamme di orso polare di solito partoriscono fra novembre e gennaio in una tana scavata fra i cumuli di neve. Usano il loro calore corporeo per tenere i cuccioli al caldo, nutrendoli col loro latte. I piccoli orsi polari lasciano la tana a marzo e ad aprile, mesi in cui si abituano alle temperature esterne prima di imparare a cacciare.

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