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I cambiamenti climatici e le «sfide globali»

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In data 10-08-2007
Veronica Rocco
 
Anno 4
Edizione Agosto 2007

8-9 marzo 2007. I capi di Stato e di governo dell’Unione Europea, riuniti a Bruxelles, approdano ad una storica decisione: sviluppare in modo prioritario una politica climatica ed energetica integrata e sostenibile.

Intanto la Commissione sui cambiamenti climatici istituita dall’Unione Europea, nel gennaio del 2007 si è fatta portavoce di una “nuova rivoluzione industriale”. Il piano d’azione enunciato dalla Commissione prevede, tra l’altro, un incremento del 20% delle energie rinnovabili entro il 2020. Per la stessa data, in assenza di un consenso internazionale, l’UE si impegna a limitare del 20% le emissioni di gas serra.

2-6 Aprile 2007. A Bruxelles si riuniscono esperti e scienziati del Giec-Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) [1], che discutono sul futuro del nostro clima e lanciano l’ allarme: i primi a subire le conseguenze del riscaldamento globale saranno i Paesi in via di sviluppo, Africa, Sud America e Asia.

Facciamo un passo indietro. Nel 2004 mi trovavo negli Stati Uniti per un servizio sulle università americane. In quell'occasione mi capitò di assistere ad una indimenticabile lezione di Relazioni Internazionali presso l'università di Georgetown, Washington DC. Di fronte ad una classe di non più di 25 studenti (fin troppo affollata, per gli standard americani), il professor Charles A. Kupchan Charles A. Kupchan[2] esordì con queste parole: “…l’argomento che affronteremo oggi sono le sfide che il contesto globale impone a noi in quanto cittadini americani e in quanto membri della comunità internazionale…”.

Mi domandai quali fossero le sfide cui alludeva il prof. Kupchan. Forse la minaccia terroristica? O i difficili negoziati per la zona di libero scambio con una America Latina così vicina eppur così lontana? O ancora, la guerra commerciale tra gli Stati Uniti e il “gigante” asiatico, la Cina?

Nulla di tutto questo. Le “sfide del contesto globale” sono piuttosto “la penuria d’acqua, la deforestazione, il surriscaldamento del pianeta, la crescita della malaria”.

Man mano che Kupchan entrava nel vivo della lezione, mi resi conto che quello che stava facendo era semplicemente scardinare un paradigma teorico che è alla base degli studi di politica internazionale, ossia l’idea di uno Stato con interessi nazionali e obiettivi specifici, che si oppone agli altri Stati per cercare di diventare più ricco e aumentare la propria sicurezza.

Nessuno, neppure il Paese più potente del mondo – sembra dirci Kupchan – può permettersi al giorno d’oggi di ignorare gli effetti delle proprie azioni, attività o scelte politiche su quei territori di nessuno che rientrano a buon diritto nella definizione di “bene comune”, come la qualità dell’aria che respiriamo o la salute dei nostri oceani.

Le tematiche ambientali, dunque, coinvolgono un numero sempre più vasto di attori sociali, e la pressione congiunta esercitata dalla comunità scientifica, dalle associazioni e dagli organismi internazionali ha fatto sì che questi temi acquistassero una posizione di rilievo anche nell’agenda politica dei governi.

Ma allora perché la strada dell’accordo in materia ambientale continua ad essere irta di ostacoli? La risposta ce la fornisce lo stesso Kupchan quando ammette che il principale ostacolo è rappresentato dal profondo squilibrio tuttora esistente fra quella parte del mondo che trae i maggiori vantaggi dal consumo energetico e quella parte che ne paga – o ne condivide – i costi.

Gli USA consumano molto più petrolio di altri Paesi ma subiscono solo una piccola percentuale dei danni ambientali che provocano, in quanto è il pianeta nel suo insieme a subire l’impatto maggiore, soprattutto nel Sud del mondo, dove i cambiamenti climatici rischiano non solo di causare danni immani all’ambiente, ma anche di peggiorare le condizioni di vita delle popolazioni, accelerando la proliferazione di malattie endemiche come la malaria.

Note:

[1] Il Gruppo Intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima (IPCC) è stato istituito dall’Onu . Lo studio presentato al vertice di Bruxelles ha coinvolto 2.500 scienziati di 130 nazioni e ha richiesto 6 anni di lavoro. I risultati definitivi verranno portati all’attenzione del prossimo G8. 

[2] Charles A. Kupchan, politologo di fama internazionale, è stato direttore del National Security Council durante il primo mandato dell’Amministrazione Clinton. Attualmente è professore associato alla Georgetown University.Tra i numerosi libri di cui è autore ricordiamo «La fine dell'era americana - Politica estera e geopolitica nel ventunesimo secolo» (edizioni Vita e Pensiero, Milano 2003).

Veronica Rocco