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Il cattivo ragazzo di Spike Lee. “Bad 25” – Fuori Concorso - Venezia 2012

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Il regista afroamericano di film come La 25a ora - da molti considerato il suo capolavoro, al momento - si cimenta con un documentario sulla pop star Michael Jackson, scomparso a Los Angeles poco più di tre anni fa. Come Spike Lee stesso afferma, questo docu-film è una vera e propria lettera d’amore rivolta al bimbo prodigio dei Jackson 5, con cui Lee è musicalmente cresciuto, essendo i due quasi coetanei.

 

Nel lavoro del regista, si punta principalmente l’accento sul genio creativo della pop star, dentro cui è naturalmente inscritto anche il genio musicale. Thriller, dell’82, è l’album più venduto di tutti i tempi, con oltre centodieci milioni di copie vendute. E Bad è l’album che segue Thriller, perciò, il cantanteera sotto pressione, ossessionato dall’obiettivo di migliorarsi sempre e, dopo un successo come quello ottenuto, era naturale che l’aspettativa verso se stesso partisse da un livello eccezionalmente alto.

Il documentario, nel titolo, omaggia il venticinquesimo dell’uscita dell’album Bad (31 agosto 1987) e il compleanno del re del pop, precedente all’uscita del disco di soli due giorni.

Il grande assente del film di Lee è Quncy Jones, mitico arrangiatore e produttore che iniziò proprio con Bad una co-produzione con Michael Jackson, scrivendo con lui ben nove delle undici canzoni dell’album. Eppure, in sostanza, la presenza di Jones nella vita creativa del re del pop si avverte molto, e non solo negli esercizi che vediamo far fare a Jackson, nel documentario. Probabilmente, il filmato sulla pop star è anche una sorta di omaggio indiretto a Jones – il regista dice di averlo rispettato molto nel film - nella misura in cui ci presenta il cantante non solo attraverso le parole degli intervistati ma rivelato dentro il suo personale processo creativo, vero fulcro del filmato.

Un altro pregio della pellicola risiede nell’aver posto l’accento su tutto il lavoro di preparazione, di ricerca paziente e di alimentazione dei propri talenti, attraverso uno studio costante e mai esaustivo dei grandi. Se si pensa al video del singolo Smooth criminal, ci accorgiamo che è un omaggio a Fred Astaire, nel film di Minnelli, The band vagon. Michael a sette anni studiava già James Brown e mai si è accontentato, mai ha avuto occhi che non fossero rivolti ai grandi, alle icone stesse del talento: Fred Astaire, Gene Kelly, Minnelli, Brown. Basti pensare che la regia del video di Bad fu affidata a Martin Scorsese. Infatti, a Jackson non piaceva chiamare videoclip i filmati delle sue canzoni: erano per lui dei cortometraggi e non aveva torto. Insomma, un capolavoro non nasce mai da uno schiocco di dita ma è il risultato di un lavoro estremamente laborioso, che costa fatica, dedizione e sangue e Jackson era perfettamente dentro questa visione del lavoro. Lui si cimentava con molti elementi artistici: i testi, le musiche, le partiture dei vari strumenti, l’interpretazione, la danza - quel suo particolarissimo modo di muoversi diventato poi il capofila di breakdance, street dance e hip hop.

È indubbio che, nel voler esprimere nei minimi dettagli, il laborioso processo creativo della pop star prematuramente scomparsa, il film del regista di Atlanta sia riuscito ma sembra troppo sbilanciato, in relazione alle zone d’ombra del cantante: ai processi subiti per pedofilia e plagio, ai misteri sulla sua morte, alla droga, ad esempio, non si accenna neppure. Anche il finale del film con le reazioni commosse degli intervistati, alla notizia della morte del cantante, sono molto retoriche e non aggiungono nulla al talento travolgente che Michael è indubbiamente stato, anzi accrescono la domanda su quanto ci sia di reale o di mitizzato in quel che stiamo vedendo. Certo è che la profondità di testi come Man in the mirror fanno anche capire quanto fosse sensibile, generosa, altruista e fragile la pop star in oggetto. La stessa We are the world fu scritta in collaborazione con Lionel Richie, per raccogliere fondi di beneficenza contro la fame nell'Africa Orientale.

Il punto è che nessuno è buono o cattivo al cento per cento e da un documentario ci si aspetta che abbia la capacità di esporre e controbilanciare i vari aspetti di una persona, di un artista, senza per questo demonizzarlo o vampirizzarlo. Lo stesso Lee, tuttavia, è furbo e si difende, giocando d’anticipo. Se, infatti, il suo è un atto d’amore, l’amore colora tutto di rosa. Si sa.

 

Margherita Lamesta