Questo sito utilizza cookie per implementare la tua navigazione e inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie. Per saperne di più clicca leggi

Dalla Puglia con am(fur)ore e notizie dal cinema d’oggi e di ieri. 6° Festival Internazionale del Film di Roma

Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 

Parafrasando il grande Bond, James Bond, il festival capitolino ha regalato al pubblico alcuni eventi degni di nota. Che la Puglia sia diventata, negli ultimi anni, un’appetibile location cinematografica non solo per gli autoctoni è un fatto. Sarà la luce speciale di cui questa regione si fregia, una sorta di Hollywood all’italiana – Hollywood stessa nacque per ridurre i costi dovuti al clima buio di New York, grazie allo sfruttamento maggiore della luce naturale. O sarà perché di talenti al di qua e al di là della macchina da presa, questa regione sta dimostrando di averne in quantità. Sta di fatto che, in una gara di generosità, due attori pugliesi, Riccardo Scamarcio e Sergio Rubini, hanno conversato con un pubblico numeroso e attento, con serenità e schiettezza. Indimenticabile è stato per Sergio Rubini l’incontro con il maestro Federico Fellini, che lo scelse per il suo film L’Intervista, nel 1987, solo perché era convinto che non fosse un attore e perché il suo cognome coincideva con quello inventato per il suo personaggio…..quando si dice il destino….

 

Lanciandosi, poi, in una lezione di teoria della recitazione, il talentuoso attore-regista pugliese non esita ad affermare che esiste un modello italiano differente da quello americano. Il livello d’immedesimazione a cui sono abituati oltreoceano non appartiene a noi, per cultura, secondo Rubini. L’attore italiano è figlio della Commedia dell’Arte, il bluff è dentro di noi, è un imbroglio protetto da una maschera di cui non si può fare a meno – continua il regista pugliese. È stata la psicanalisi a farci credere che si deve diventare ciò che si sta interpretando, insiste il talento di Grumo ma probabilmente l’eterno dilemma non è risolvibile, a mio avviso, nella misura in cui la fantasia può bypassare l’immedesimazione anche se potrebbe non essere sufficiente, a seconda dei casi e di ogni particolare talento attoriale. Rubini, tuttavia, per dimostrare nel concreto questa differenza sostanziale riporta alcuni esempi: Fellini e Mastroianni prendevano in giro l‘immedesimazione americana e ne prendevano le dovute distanze.

Certamente, il pericolo, o la fortuna, del mestiere dell’attore sta nella sua fragilità, dovuta ad una difficoltà d’identità – afferma il regista pugliese. I personaggi interpretati danno qualcosa all’attore, che può restargli addosso anche dopo aver dato vita a quel personaggio e rimanere dentro, nella misura in cui apporta all’uomo-attore un qualcosa di carente fino a quel momento. Ecco che tassello su tassello, anche attraverso i personaggi, si struttura un puzzle d’identità che resterà un puzzle frammentario e non potrà mai diventare un’unità. Guai se così fosse! Non ci sarebbe posto per altri tasselli futuri. Ecco in sintesi la visione di Rubini su questa questione. In base ad alcuni filmati di backstage del lavoro di Sergio Rubini, infatti, è chiaro come lui abbia rispetto di questa fragilità, approcciandosi all’attore in modo incisivo ma libero e mai castrante. Così il suo talento d’attore supporta efficacemente ed in modo osmotico le richieste del Rubini-regista.

Anche con Riccardo Scamarcio Rubini ha fatto la stessa cosa, ponendosi in un atteggiamento socratico, una sorta di maieutica che ha portato il giovane attore andriese a raccontare alcuni aneddoti d’inizi carriera, con la schiettezza che lo contraddistingue. Spesso intrappolato in un concetto desueto di “belloccio amato dalle teenagers”, Scamarcio tiene testa a quella parte di critica che non vuole vedere la sua crescita interpretativa, bollandolo, ingiustamente, come qualcuno che se l’è appena cavata di fronte ad un classico shakespeariano come Romeo e Giulietta, portato a teatro sotto la direzione di un fantastico Alfredo Binasco. Eppure, il trentenne pugliese va avanti per la sua strada, affrontando con versatilità le diverse prove lavorative, coerente più ad un concetto internazionale del lavoro d’attore, secondo il quale non si può rinchiudere il talento interpretativo dentro un solo ambito e o filone d’espressione. E qui si legge tutta la sua maturità.

A proposito di come si lavora con gli attori, inoltre, interessante è stato ascoltare le parole del maestro Michael Mann, in una masterclass dedicata al pubblico festivaliero. Gli attori vanno presi e portati verso una linea di confine, di frontiera – sostiene Mann. È questo l’elemento appassionante del lavoro con gli attori ed è questo il motivo secondo il quale, quando il cineasta americano sceglie un attore, gli offre un ruolo completamente diverso da quanto interpretato da lui fino a quel momento. Lo ha fatto con Tom Cruise in Collateral, ad esempio, affidandogli il ruolo del freddo e spietato sicario Vincent ingaggiato con il compito di uccidere, nell'arco di una notte, cinque testimoni collegati ad una inchiesta su un gruppo di narcotrafficanti.

Secondo il filmmaker statunitense, inoltre, il personaggio esiste prima dell’attore – lo affermava anche il Nostro compianto Giorgio Strehler – perciò l’attore deve essere portato nella vita di una persona vera, anche nelle piccole cose, come il modo in cui tiene in mano un semplice bicchier d’acqua, per esempio. A tal proposito, infatti, Mann ricorda l’ottimo lavoro fatto da Russell Crowe sul personaggio di Insider (1999), premiato meritatamente con una Nomination agli Oscar. A lui piacciono i personaggi che emergono dalla vita, ragion per cui aprì una corrispondenza epistolare con un serial killer per realizzare Manhaunter (1986), legato alla saga dei romanzi di Thomas Harris, a cui appartiene anche Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. Il filmmaker, ideatore della fortunata serie poliziesca Miami Vice e successivamente dell’omonima opera cinematografica, non risparmia i suoi pensieri sui lavori futuri, tra cui vi sarebbe l’idea di un film sul Medioevo visto con gli occhi di allora, non secondo l’idea che l’uomo d’oggi ha di quel periodo. Che idea si aveva del mondo fisico e l’”io” aveva un senso per loro? Ecco alcuni degli interrogativi di Mann.

Probabilmente, a tal proposito, potrebbe giungere utile al cineasta americano, pioniere nell’uso del digitale – Collateral - la lettura di una sceneggiatura di Michelangelo Antonioni del 1976, e mai realizzata, dal titolo: Patire o morire. Ne ha parlato ad un pubblico di pochi intimi il critico Paolo Mereghetti, in compagnia della nipote del maestro, Elisabetta Antonioni, fondatrice a Ferrara di un’associazione dedicata al celebre zio. Un architetto insoddisfatto, amante della moglie di un collega, viene chiamato in Spagna per restaurare una chiesa. Questo è l’incipit per un viaggio interiore cadenzato da una serie d’incontri con donne, che pian piano lo porteranno dentro il mondo del misticismo e delle suore di clausura, in un percorso, sempre più profondo e personale, verso una religiosità continuamente in fieri e nel dubbio. Dunque, un soggetto atto a dar corpo ad un viaggio mistico di ricerca, calandolo dentro il periodo storico più adatto a ciò: la nascita del misticismo post-controriforma (5-600).

Antonioni prende così in giro anche la moda del misticismo orientale, che in quanto tale non appartiene a noi, figli di una tradizione dalla matrice diversissima, come la nascita del monachesimo, nel sedicesimo secolo. La sceneggiatura in oggetto, oltretutto, presentava anche una modernità narrativa, passando dall’oggi al ‘600 senza stacchi. È chiaro che un soggetto del genere, nel ’76, era considerato spregiudicato - per i riferimenti all’elemento mistico (con valore di eros), incompiuto, che non salva la vita ma apre al dubbio, assolutamente centrale nella poetica del maestro – ma anche insolito, in un momento storico in cui il tema imperante era l’attenzione rivolta al politico. Peccato che non sia mai diventato un film, nonostante il grande cineasta avesse già pensato al suo protagonista con il volto di un allora sconosciuto Richard Gere. Difficile credere in una realizzazione oggi di questa perla di sceneggiatura, senza l’eleganza inconfondibile del maestro Michelangelo Antonioni.

Ecco che tra i rimpianti di maestri del passato e la fiducia verso mezzi espressivi sempre più sofisticati, grazie al digitale, si conclude questo breve viaggio dentro gli eventi a latere del sesto festival cinematografico capitolino, pronto a proseguire con lo stesso spirito di curiosità, il prossimo anno.

 

 

Margherita Lamesta